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Che cos'è il Mal d'Africa

Si tratta di una patologia assolutamente popolare, trasversale nella sua diffusione. Non conosce limiti di età, di provenienza geografica (possono soffrire di Mal d'Africa anche gli africani), di ceto sociale o di categoria professionale (ne soffrono gli scrittori, i giornalisti, i missionari, gli antropologi, i naturalisti e gli psicologi - perfino Jung, uno dei padri fondatori della psicoanalisi, venne colto dal morbo in Africa Orientale).
La particolarità della malattia è che seppure presenta una diffusione assolutamente trasversale si manifesta sotto diverse forme. Per esempio:

c'è chi dice che il Mal d'Africa scoppi in occasione di un viaggio nell'Africa Nera e c'è chi dichiara di essere stato colpito durante i suoi viaggi sahariani, tra quel vuoto denso di contenuti
, e c'è anche chi teorizza che il contagio si manifesta quando, rientrando da un viaggio in Africa, si avverte un disagio psico-emotivo, un senso di inadeguatezza nel riprendere il proprio stile di vita. Ed ecco che accanto ad un profondo malessere subentra la nostalgia di quei giorni passati in Africa, di quell’Eden ritrovato fatto di incontri, suggestioni di immagini ed emozioni

c'è chi dice che sia l'attrazione per una natura vergine, incontaminata, vera, primordiale a veicolarne i batteri (una sorta di Mal d'Africa naturalistico) e chi invece dichiara che sia l'Africa degli uomini, dei contatti umani a sollecitarne l'esplosione (una sorta di Mal d'Africa antropologico)

c'è chi dice che si esprime sotto forma di una profonda nostalgia per una civiltà perduta, per un passato primitivo in cui si esalta il valore della tradizione e c'è chi identificando l'Africa come spazio selvaggio per eccellenza, come negazione di civiltà, come una sfida personale al pericolo, all'ignoto ci ripropone una sorta di nuove eroe del viaggio avventura che tanto ci ricorda i coraggiosi esploratori ottocenteschi

ma c'è anche chi dice che il Mal d'Africa non esiste, liquidandolo come un retaggio romantico le cui origini devono attribuirsi ad un letteratura inglese di stampo coloniale

Paolo Novaresio, giornalista:
Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell'orrido? Una malattia letteraria dell'animo? Il mal d'Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte non fa differenza. Ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L'Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, nel senso classico del termine ("sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane, altre da noi"). L'Africa è surreale nei particolari. Le coordinate spazio-tempo, le prospettive (anche visive), i rapporti causa-effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, subiscono un'alterazione. Nella mente si crea un endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della Logica che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d'Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si "africanizza", diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Europa: in questo caso il processo diventa irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. E' la scoperta che la vita ci vive. E' l'accettazione di un'attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è la variante minimalista di uno Stato di Grazia, ma di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l'Asia non si parla di malattia, ma di misticismo: l'orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, avulso dalla vita quotidiana per definizione. Chi ha il Mal d'Africa è immerso invece nella vita fino al collo, impantanato nei meandri dell'esistenza. L'incomprensione tra viaggiatori d'Africa e d'Oriente è profonda anche per questo motivo. L'estasi africana è l'ebbrezza della sopravvivenza. I veri malati di Africa sono ignoranti, o meglio Stupiti (dal latino stupere=sbalordire): negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d'Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante: il problema è qualitativo. Non si può avere un po' di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave questa è un'altra storia.
Ugualmente, in ogni frammento, in ogni più blando sintomo del Mal d'Africa c'é tutta l'Africa.

Michela Manservisi, AFRITUDINE:
Il fascino del Mal d'Africa risiede anche nella sua difficile classificazione. Concetto letterario, malattia dell'animo, pugno nello stomaco, stupore, attrazione per un luogo che sembra ci appartenga.
Tra le teorie che hanno cercato di ricondurlo ad origini scientifiche due mi sembrano particolarmente interessanti. Anche perché entrambe sottolineano un aspetto abbastanza comune della malattia. Ecco che quando mettiamo piede in Africa ci sentiamo inspiegabilmente a casa. L'Africa sembra appartenerci, da sempre. Una sensazione, un istinto, una visione? La prima teoria è di carattere antropologico, la seconda muove i passi tra i meandri della psicoanalisi.
Interessante è la tesi dell’antropologo Richard Leakey che pone l'attenzione sulla memoria genetica. Una memoria delle nostre origini (l'Umanità non mosse i primi passi nella savana africana?) che sopravvive nei nostri geni, frasi scritte indelebilmente nel nostro DNA. E' come se i nostri cromosomi ci ricordassero: “un tempo vivevo in una pianura africana”. In fondo i primi essere umani non hanno lasciato monumenti, ma hanno lasciato la loro memoria in ognuno di noi. E' dunque naturale amare il paesaggio della savana, visto che è lì che si è compiuta la nostra evoluzione. Ed è per questo che riconoscendo il luogo da cui proveniamo, in Africa ci sentiamo a casa.
La teoria psicoanalitica va invece a rintracciare il nostro passato africano nell’inconscio, nella parte cioè della mente che risiede al di sotto dell’attenzione cosciente. A contatto con l’Africa si risveglia una memoria profonda che funge da induttore per tutti quei contenuti, per lo più emotivi, che risiedono nel nostro inconscio. Un esempio per chiarire il concetto: i bambini hanno paura del buio, più correttamente hanno paura al buio. A contatto con il buio si risveglia la memoria dell’inconscio che associa al buio un’emozione di paura, di pericolo. Lo stesso che i nostri antenati ci hanno tramandato quando in origine, trovarsi nell’oscurità, ci rendeva più esposti all’aggressione dei predatori.

Alessandro Fornari, psicologo:
Per cercare di comprendere il fascino che risiede nel Mal d'Africa occorre ripercorrere le tracce di una memoria lontana, del nostro profondo psichismo. La nostra percezione del tempo è una caratteristica che appartiene alle funzioni psichiche superiori. Tutta quella parte della mente che risiede al di sotto della nostra attenzione cosciente e che non può più essere richiamata direttamente alla memoria (l'inconscio), segue regole assai differenti da quelle che conosciamo nella vita quotidiana. Da un punto di vista evolutivo l'inconscio è il depositario di tracce di antiche esperienze, derivate sia dall'evoluzione del singolo individuo, sia da quella della specie cui apparteniamo. Questa sua particolarità ci indica che lo scorrere del tempo non ha influenza sui suoi contenuti, che permangono profondamente sepolti, ma comunque immutati. L’esperienza del sonno, per esempio, ci dimostra che, quando il sistema percezione/coscienza non è attivo, diventa impossibile valutare lo scorrere del tempo. Al risveglio, senza l’aiuto dell’orologio, non siamo in grado di dire quante ore abbiamo dormito.
Se proviamo ad immaginarci in Africa senza orologio solo il susseguirsi dei giorni potrebbe darci un’idea del trascorrere del tempo. Ma ben presto ci rendiamo conto che i giorni sono tutti uguali, così che diventa difficile fissare la realtà quotidiana in un calendario settimanale. In questo senso, l’interiorizzazione di un'atmosfera che si perpetua per generazioni, mantiene alcuni popolazioni, per esempio i Masai, sempre a contatto, senza interferenze, con i processi psichici primari: vale a dire con il loro inconscio, il quale, come abbiamo visto, non conosce alcun concetto di svolgimento temporale. La cosiddetta primitività di questi popoli si riconduce al fatto che il loro funzionamento psichico non è completamente vincolato dalle costruzioni secondarie Spazio/Tempo proprie delle società sviluppate, che del tempo convenzionale non possono fare a meno.
E per quanto riguarda noi? Ecco che il contatto con un ambiente impresso nella nostra più profonda memoria agisce da induttore per tutti quei contenuti, per lo più emotivi, che costituiscono tracce di situazioni che, seppur non esperite direttamente, sono ereditate filogeneticamente. Un tipico esempio di questi contenuti è la paura che hanno i bambini del buio. I bambini, infatti, non hanno paura del buio, ma al buio. Non a caso, in origine, all'oscurità era molto più facile e spaventoso diventare preda delle fiere che abitavano i territori circostanti i villaggi.

Sergio Simeone, AFRITUDINE:
Propongo di analizzare alcuni aspetti delle società moderne, occidentali e di affrontare un viaggio al contrario dall’Europa all’Africa analizzando il concetto di tempo. Perché forse una delle ragioni che ci mette in diretta relazione con la patologia non è tanto la volontà di conoscere l’Africa, quanto il confronto con le domande che l’Africa ci pone.
In Occidente viviamo nell’angoscia del futuro. Il futuro incombe sopra le nostre teste come una spada di Damocle surreale, grottesca, spaventosa. Sommersi da proiezioni, indagini statistiche, tendenze in evoluzione, messaggi pubblicitari, scenari tecnologici futuri … fino ad arrivare alla formulazione del quesito più agghiacciante: Come vorresti che fosse il tuo futuro? Oddio, e adesso cosa dico?
Proviamo a fare insieme una simulazione e proiettiamoci, catapultiamoci in Africa. Ed ecco che di colpo riusciamo a liberarci di questo fardello, di questo pensiero angosciante. Il nostro pesante bagaglio si alleggerisce, il tempo diventa meno importante. In Africa, finalmente, sentiamo che l’ansia del futuro ci abbandona. Ma perché? Semplicemente perché in Africa non c’è il futuro. In Africa esiste solo il presente vivente. E’ un presente a grandezza d’uomo, che segue i ritmi esistenziali di ogni individuo: la nascita, l’adolescenza, il raggiungimento della condizione adulta, il matrimonio, la procreazione e la morte. Un presente vivente che potrebbe apparirci fatalista nella sua accettazione della realtà, delle cose della vita, ma che invece racchiude in sé una profonda serenità. Quella che ci è data da un lungo passato. Perché è nel passato, nella storia e nella esperienza tramandata dagli antenati, dagli avi, dai genitori che gli Africani trovano gli strumenti per affrontare il loro tempo.
Il concetto di futuro lontano, imprevedibile è talmente irrilevante, virtuale nella cultura africana che addirittura nelle lingue indigene non esistono verbi declinati al futuro remoto.
Gli Africani sono così padroni del loro tempo da essere totalmente estranei al concetto di tempo perso o tempo guadagnato. Il tempo si vive, non si guadagna né si perde.

Michela Manservisi, AFRITUDINE:
Qualche tempo fa ho letto che la gente sogna meno di un tempo: sembra sia dovuto al fatto che si vedono sempre più immagini fuori e rimane sempre più spazio dentro. Forse è questa la particolarità dell'Africa; là le immagini mantengono un perfetto equilibrio tra il fuori e il dentro. Tutto ciò che vedi ti entra dentro e non viene portato via dall'immagine successiva". Un senso dunque di profondo arricchimento
Viviamo in una società in cui impera l'ubiquità dei media dell'immagine (schermi, cartelloni, riviste. Tv, vetrine). Numerose e onnipresenti le immagini ci inondano e, non potendo sottrarci, ci rendono immagine-dipendenti. Ma queste immagini sono rapide e fugaci, sono fantasmi, incubi, sono senz'anima. Sono immagini prive di immaginazione e dunque prive di autenticità. Sono subdole e pericolose nella riproduzione di una realtà apparente, che non esiste. Sono diaboliche perché assomigliano alla realtà. Sono violente perché tanto più vogliono farci credere di essere vere, di riprodurre la realtà, tanto più si rendono simili alla realtà, finte. La loro atrocità risiede nell'abito di realtà che vogliono indossare, un abito che il più delle volte vanno a cercare nei meandri di un sottomondo di violenza.
Le immagini che ci assalgono sono in esilio, senza radici, senza casa. e perché? Perché hanno eliminato il terzo spazio, quello dell'immaginazione, compreso tra le funzioni dello spirito e le sensazioni del corpo. Le immagini ci procurano un'ansia che possiamo placare solamente restituendo autenticità alle immagini.
Le immagini contemporanee di una società massmediologica non hanno capacità di commento, di rielaborazione. Nell'immagine non c'è più magia (non a caso Alberto Moravia nel libro "A quale tribù appartieni" scrive due sono le facce del Mal d’Africa: la magia e l’attrazione/paura per la preistoria). L'immaginario non è forse il luogo dell'anima?
Quando siamo in Africa il nostro potere evocativo, la nostra immaginazione è tutt'uno con l'immagine. E allora gli occhi di un africano parlano, le parole ci guardano, il nostro sguardo pensa. Le immagini d'Africa ci portano alle cose, evocano emozioni e pensieri, raggiungono la loro anima, ci fanno produrre immaginario. Le immagini in Africa sono animiste.