Neo primitivi
Vi sarà sicuramente capitato di conversare sul disagio che sta vivendo la nostra società. Generazioni senza storia e senza speranze che anelano ad un sistema di vita costruito sulle effettive esigenze dell’uomo. Quante volte ci siamo sorpresi a sognare di andare a vivere in Africa; di seguire le tracce di coloro che, come in un safari, si sono avventurati nel bush e una volta acceso il fuoco per illuminare la notte non lo hanno più abbandonato; di immaginare di lasciare tutto per ridisegnare il nostro futuro?
Mi chiedo perché l’Africa eserciti su di noi questa misteriosa forza attrattiva. Non credo che si tratti soltanto dello spettacolo naturalistico nel quale ci coinvolge, delle forti emozioni in cui ci attanaglia, degli incontri umani che ci riserva. L’africa ci trafigge in quanto, come il predatore con la sua vittima, sente l’odore della nostra debolezza.
Quasi privati delle nostre radici ci apprestiamo ad affrontare il terzo millennio senza potere immaginare il nostro destino. Chi siamo, cosa vogliamo veramente, quali sono i valori per i quali siamo disposti a combattere, che cosa ci riserverà il progresso sono solo alcune delle domande che ci poniamo per ritrovare la nostra identità. Ed ecco che quel comune senso di inadeguatezza, quella profonda coscienza di insensata esistenza sembrano trovare sollievo, affogati in un piacevole torpore, proprio in Africa.
Primordiali paiono i nostri interrogativi. Come uomini della preistoria cerchiamo di costruirci addosso un personale focolare emotivo e intellettuale. Uomini primitivi paralizzati da moderne incertezze, eroi virtuali di un progresso sociale. Strappati dalla natura, ci ritroviamo separati dalle nostre solide e ancestrali attitudini. Perdendo la nostra manualità, l’abitudine di vivere a contatto con la natura, la creativa esercitazione della nostra fantasia ci allontaniamo sempre di più dalla nostra naturale condizione di esseri umani. E così le nostre lucide incapacità diventano i nostri nuovi lussi. Indeboliti, nello spirito e nel corpo, diventiamo facili prede di quell’Africa che, nel bene o nel male, ha potuto conservare un rapporto diretto con la realtà delle cose.
Alla ricerca del paradiso? Forse. In quella zona compresa tra Kenya e Tanzania, nel sud-est del continente, dove tutto iniziò. Non resta che chiederci ciò che Karen Blixen si domandò un anno prima di morire nel suo libro Ombre sull’Erba: “Che cos’è l’Africa per me e cosa sono io per l’Africa?”.
Michela Manservisi
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